Apologia del cappuccino

Nel marasma della vita…nella gioia dell’indipendenza da regole e routine…
Nella lotta a  denti stretti con i mulini a vento…
Nel piacere di sentirmi indipendente non ho mai contemplato l’abitudine.
Non ho però mai fatto a meno di pochi, piccoli imperativi categorici.
– Cantare in macchina e sotto la doccia. Sempre.
– Creare un giardino in ogni casa in cui ho vissuto (al momento 10). Con o senza balcone.
– Dare passaggi ai nonnini

Last but not least: Bere il cappuccino.
Caffè. Corposo, aromatico, mai bruciato.
Latte. Intero.
Due bustine di zucchero (una di canna, una di raffinato).
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Sul cappuccino non transigo, selezionando accuratamente e con criteri tutti miei i bar…
Scruto le vetrine e le tazze bianche, sondo odori  e maniere.
E poi arriva il giudizio. La sentenza netta e irrevocabile.
Dolce, cremoso, mai schiumato, mai bollente, senza cacao.
In ogni città in cui ho vissuto ho avuto il mio bar del cuore…l’ho cercato, annusato…mi ci sono rifugiata tornando dal lavoro sotto la pioggia, per svegliarmi al mattino…
Un cappuccino per favore. Voce bassa ma sicura.
Qui a Pescara non ho ancora trovato il posto giusto. All’uscita da una colazione Max mi chiede: com’era il cappuccino?
Naso storto, scheda tecnica. Broncio.
Si ricomincia.
Lo troverò.
Ora torno a dimenticare le abitudini.
Perché scompigliarmi la vita e i capelli è meraviglioso.
A.

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